LA CITTA' DI ORTONA

Molto probabilmente, il toponimo Ortona non è di origine indoeuropea. Esso, infatti, preesisteva all’arrivo degli Italici, giunti in Abruzzo verso il X-IX secolo avanti Cristo quando la tribù dei Frentani si collocò nell’area, già abitata da popoli provenienti dalla sponda illirica, Ortona - Anxanum (Lanciano) - Histonium (Vasto) - Larino. Ortona era la punta a nord.

Il colle che va dall’attuale piazza della Repubblica sino al Castello Aragonese e che proseguiva certamente per almeno 150-200 metri a mare costituiva un’ottima base su cui il villaggio illirico-frentano poteva organizzarsi e fortificarsi, circondato per tre lati dal mare e da un fossato e solo nella parte a sud legato all’entroterra. La città romana non nasce, perciò, da un insediamento nuovo, organizzato sulla pianta di un castro, con il decumano e il cardo che si intersecano, ma è costruita sulla struttura del preesistente villaggio italico. La prima citazione storica accertata è quella di Strabone, geografo greco di Amasia, vissuto nel I secolo a.C. Dai suoi molti viaggi prese lo spunto per scrivere la “Geografia”: nel V libro, parlando della costa adriatica, cita Ortona, come Epineion dei Frentani: il termine significa città-porto, arsenale organizzato sul litorale. È questa la caratteristica principale del percorso di Ortona nella storia: essere legata fortemente alle vicende del suo porto. In età italica e romana e, forse, anche in età bizantina e sveva, il porto doveva essere a nord del colle, in località ancora oggi denominata “lo scalo”, come appare nella citazione che ne fa lo storico G.B. De Lectis, che scrive nel 1576.

La urbs romana è testimoniata da diversi reperti ritrovati nell’area del castello Aragonese, che probabilmente è sorto sull’arx romana, da lapidi ritrovate anche in mare o nell’immediata vicinanza del recinto della urbs. Tra l’altro un grosso rocchio di colonna e una pietra in arenaria per misurare gli aridi testimoniano concretamente la vivacità reale della urbs. Vicino alla città vi sono tracce di strade romane: una presso il fiume Moro, in località Abruzzini, un’altra presso una tomba di epoca romano-imperiale (la prete di Murrecine), in contrada Morrecine, lungo la direttrice della strada che dalla Tiburtina portava all’Apulia. Ortona è anche citata con grande precisione nella Tabula Peutingeriana, del IV secolo, con i fiumi che le sono vicini, come il Cocloris flumen (Arielli).

Per lungo tempo fu base dei Bizantini: il suo porto serviva per i contatti con l’interno, per i rifornimenti nelle lotte contro i Longobardi. Ortona è citata, insieme con Giulianova, come porto dell’Abruzzo (Castrion Ortonos) dal geografo bizantino Giorgio di Cipro, nel 604. Durante il periodo longobardo fu annessa al ducato di Benevento. Successivamente (803) fu conquistata dai Franchi e annessa alla contea di Chieti.

Occupata dai Normanni nel 1075, entra a far parte del Regno di Napoli. Di questo periodo restano alcuni reperti come le basi di una Chiesa longobarda dell’VIII secolo, in località San Donato e tracce di un castello, forse normanno, in località Mucchia.

Dal 1150 circa, con Enrico VI e Federico II di Svevia, Ortona conobbe un periodo di vera crescita civile. Dotata di un’ampia autonomia comunale, potè godere di privilegi economici nelle attività portuali, legati al Capitulare di Bajulazione (1196), che i re svevi le concessero, con la esenzione di tutte le tasse ed i tributi sui materiali occorrenti per la fabbricazione delle navi. La città si allargava dall’area italico-romana e occupava lo spazio ora chiamato “Terranova”. Sul piano commerciale erano attivi gli “stuoli marittimi”, una specie di società per azioni tra gruppi di mercanti per commerciare via mare con paesi vicini.

Del periodo svevo restano reperti importanti e di valore: il portale della cattedrale di San Tommaso Apostolo collocato di fronte all’abside, il portale della Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, la chiesa con l’abside restaurato da pochi anni, chiamata Oratorio del Crocefisso. Del 1258 è l’arrivo in Ortona delle Ossa dell’Apostolo Tommaso, portate dall’isola di Chio, nell’Egeo, dal navarca ortonese Leone, reduce da una spedizione navale in appoggio ai veneziani in lotta contro i genovesi.

Nel XIV e XV secolo i commerci marittimi caratterizzarono sempre più la vita della città, che aveva il suo centro nella zona di Terravecchia, la cui struttura viaria attuale è rimasta tipicamente medioevale; come testimonianza diretta del periodo ci sono Vico Bonelli ed altri passaggi interni con angiporti. Nel 1414 viene impiantata la zecca per il conio delle monete. Tuttavia, le lotte continue tra feudatari, angioini ed aragonesi debilitarono la città. Nella prima metà del XV sec. il condottiero Giacomo Caldora costruì una cinta muraria, probabilmente su precedenti esistenze difensive. Ampi tratti sono ancora visibili; in uno di questi, lungo Via d’Annunzio, è incastonata una Madonna acefala con Bambino, di fattura trecentesca, artisticamente interessante, posta lì per motivi apotropaici.

L’antagonismo tra Ortona e Lanciano, generato da motivi di concorrenza commerciale e rivalità municipalistica che esasperavano gli animi, sfociò, sopratutto nei primi due decenni del XV sec., in lotte cruente, arricchite di episodi fantastici dalla tradizione popolare. Nel 1427, con l’intervento pacificatore del francescano Giovanni da Capestrano, fu giurata una pace, un lodo, tra le due città celebrata con la costruzione della chiesetta della Madonna della Pace, poi Madonna delle Grazie, nella omonima contrada.

Un altro episodio cardine del cammino storico fu l’incursione veneziana, il 30 giugno 1447, legata alla guerra tra Alfonso d’Aragona e Venezia. Il porto, i magazzini e l’arsenale navale furono distrutti, ma i veneziani non riuscirono ad entrare nella città cinta di mura (oppidum). Alfonso fece allora costruire un castello a cinque torri sulla punta del colle: una parte di esso è ancora in piedi, nonostante le frane e le guerre. Dalla prima metà del XV sec. all’Unità d’Italia è documentata la presenza in città di Consoli della Serenissima Repubblica di Venezia, dell’Impero Austro-Ungarico, del Granducato di Toscana, dello Stato Pontificio e del Regno di Grecia.

Nel XVI secolo, l’incidenza dei traffici marittimi nella economia locale diminuisce. Si allarga invece l’influenza di un’agricoltura sempre più tesa a specializzarsi nella coltivazione della vite da vino e dell’ulivo: olio e vino divennero nei secoli successivi le merci di esportazione su cui si basava l’economia ortonese. Nel 1518 l’ebreo Girolamo Soncino impianta in Ortona una tipografia, la seconda in Abruzzo. Nel 1525 la città viene donata in feudo ai Lannoy, principi di Sulmona, e nel 1570 diventa Diocesi. Nel 1582 un altro episodio fondamentale segna la storia della comunità ortonese: l’acquisto della città da parte di Margarita d’Austria, figlia di Carlo V, duchessa di Parma. La principessa voleva probabilmente allargare i suoi possedimenti in Abruzzo, con l’acquisto di una città marinara, pagata 54.000 ducati. Nel marzo 1584 fu iniziata la costruzione di un grande palazzo progettato da Jacopo della Porta, mai completato per la scomparsa della duchessa avvenuta in Ortona il 18 gennaio 1586.

Il palazzo, ispirato ai canoni dell’architettura tardo-rinascimentale, influenzò nettamente l’architettura civile, soprattutto dei palazzi nobiliari e borghesi realizzati nel Seicento (le case palazziate).

Dal Cinquecento e nel Seicento, fu notevole l’immigrazione in Ortona: famiglie slave cristiane, provenienti soprattutto dalla Bosnia-Erzegovina, che fuggivano dai Turchi, furono sistemate nelle terre a sud del centro abitato (gli schiavoni); numerosi artigiani, in genere dell’area bergamasco-bresciana, si insediarono in Ortona a ragione, principalmente, delle ricostruzioni avviate dopo l’incursione dei Turchi (1° agosto 1566); anche famiglie spagnole presero residenza in Ortona. L’età della Riforma Cattolica, nel primo Seicento, fu ricca per attività civili e culturali, anche per la presenza di ben nove conventi, di cui uno femminile: le Suore Cistercensi di S. Caterina.

L’Università di Ortona (questo era il nome del Comune, prima della rivoluzione francese) benchè sotto il dominio del Vicerè spagnolo di Napoli, godeva di una larga autonomia decisionale, pur con la presenza del governatore, nominato dai Duchi Farnese. Nasce e si sviluppa una borghesia mercantile che supera le difficoltà dovute a grandi catastrofi come, ad esempio, la pestilenza del 1656, che decimò la popolazione, allora di circa 4000 abitanti, e i continui passaggi (all’epoca vere calamità) di soldati. Nell’Onciario del 1751 vengono elencate tutte le famiglie residenti in Ortona con i loro beni e le loro attività economiche: dal documento emerge una società, per l’epoca, viva dinamica ed aperta. Del resto, la popolazione ortonese ha dimostrato nei secoli di essere disponibile alle immigrazioni: questa apertura è dovuta probabilmente alla presenza del porto, una finestra aperta sul mondo in secoli in cui tante città erano uno spazio chiuso.

Il richiamo alla propria tradizione di vita politicamente caratterizzata da una forte autonomia delle istituzioni fu presente nella rivolta antifrancese del febbraio 1799, quando la popolazione ortonese dal 3 al 18 febbraio chiuse le porte ai sanfedisti e ai francesi, credendo illusoriamente di potere ripristinare gli antichi diritti medioevali, con la convocazione del parlamento dei capifamiglia. Il tentativo fu pagato con decine e decine di morti e il saccheggio da parte dei francesi.

Nel periodo napoleonico e durante la restaurazione borbonica Ortona seguì le sorti comuni di tante cittadine abruzzesi. Tra il 1801 ed il 1813 fu oggetto di numerose incursioni della marina militare inglese.

Dal 1829 al 1854 ci furono timide iniziative antiborboniche grazie ad un gruppo di patrioti affiliati alla carboneria. Nel 1848 fu eletto al Parlamento Napoletano il canonico, di idee liberali, Domenico Pugliesi. Il 9 settembre 1860 il Decurionato (Consiglio Comunale) di Ortona all’unanimità delibera l’adesione al Regno d’Italia, o meglio al governo di Garibaldi, prima della battaglia di Castelfidardo (18 settembre) e di quella del Volturno (1-2 ottobre).

Il fenomeno del brigantaggio fu molto diffuso nelle zone rurali almeno sino al 1863; proprio in quegli anni si andava ultimando la tratta Ortona-Foggia della ferrovia adriatica. Al 1869-70 risalgono i primi stabilimenti balneari, sintomo della vocazione turistica della città. Sede di collegio elettorale, Ortona elesse al Parlamento nazionale, tra gli altri, Gabriele D’Annunzio (ortonese da parte di madre) nel 1897. Intanto l’economia si andava caratterizzando ancor più con una agricoltura vitivinicola e il progresso artistico faceva capolino con il primo cinematografo inaugurato nel 1906. Durante la Grande Guerra, nel 1915-16, la città venne bombardata da navi da guerra austriache.

Nel 1924 si insediò l’Amministrazione fascista che diede un notevole impulso all’attività edilizia; non mancava tuttavia il dissenso se, nel 1932, veniva scoperta una cellula comunista.

Lo sviluppo continuo, pur se lento, fu interrotto dalla seconda Guerra mondiale. Nella notte tra il 9 ed il 10 settembre 1943, i Reali di casa Savoia, con il seguito di militari e civili, lasciarono la rada di Ortona per raggiungere le ormai sicure coste pugliesi. Tra il novembre 1943 ed il giugno 1944 il territorio comunale fu teatro di una delle più cruenti battaglie del conflitto, tra le truppe alleate e quelle tedesche. Le vittime, tra civili e militari d’ambo le parti, furono circa 3.000, mentre l’80% del patrimonio edilizio e monumentale venne distrutto. Nel gennaio del 1944, intanto, si era costituita una sezione del C.N.L. (Comitato Nazionale di Liberazione). Il 17 novembre 1946, Enrico De Nicola Presidente provvisorio della Repubblica Italiana visitò, commosso, le rovine della città, un tempo conosciuta come “la perla dell’Adriatico” e trasformatasi nella “Piccola Stalingrado d’Abruzzo” che, proprio per l’alto tributo di sangue versato dai suoi figli, con DPR del 16 giugno 1959, è stata insignita della Medaglia d’Oro al Valor Civile, con la seguente motivazione:

Nobile città degli Abruzzi di antiche tradizioni patriottiche sopportava coraggiosamente in occasione dell’ultimo conflitto, spaventosi bombardamenti aerei e terrestri, subendo la perdita di 1314 dei suoi figli e la distruzione della maggior parte del suo patrimonio monumentale ed edilizio. Con fierissimo contegno resisteva intrepida ai soprusi degli invasori in armi mai piegando nella sua purissima fede in una Italia migliore, libera e democratica. Si prodigava con cuore di madre nel soccorso dei feriti e dei sofferenti affermando, negli orrori della guerra, il più alto spirito di solidarietà umana.

Nei decenni del dopoguerra la nascita di nuovi quartieri, l’evoluzione delle attività produttive e l’avvio di nuove e diversificate iniziative imprenditoriali, hanno favorito, pur se tra varie difficoltà, la ripresa di una crescita caratterizzata da una economia particolarmente composita e perciò meno vulnerabile dalle crisi settoriali.


 

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